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il primo magazine sulla sostenibilità applicata

ORTOMEDICO
In tempi di crisi stanno assumendo una forma più consistente le forme, se non le aspirazioni, di un ritorno alla coltivazione e all'agricoltura in città come sostentamento e consolazione rispetto allo stress da cemento. Nasce così il fenomeno internazionale degli orti urbani.

Si spiega anche così la recente diffusione anche in Italia degli orti urbani realizzati in svariate forme e modalità: per iniziativa di un singolo, in associazione con altri, a fini terapeutici e didattici come nelle fattorie per bambini, senza contare i fenomeni di guerrilla gardening (di cui abbiamo parlato più volte) e la solida necessità di risparmiare.

Una consolazione o un moto di ribellione contro la cementificazione e la grigia e rumorosa monotonia urbana? Fatto sta che fra tangenziali a quattro corsie, alienanti centri commerciali e uffici di impiegati stressati dalla crisi, non è poi così raro trovare scorci di vita vegetale che, pur nella loro apparente semplicità, costituiscono uno spiraglio di sopravvivenza non solo dal punto di vista ambientale, ma anche da quello comunitario, sociale e oggi anche microeconomico.

Del resto, l’ortoterapia è una pratica sempre più utilizzata anche in ambito aziendale perché pare appiani le differenze gerarchiche, funzioni da antistress e migliori la produttività sul posto lavoro, tanto che nelle sedi dei colossi industriali e delle multinazionali più famose è possibile ammirare coloratissimi giardini e altrettanti orti che manager e dipendenti si rilassano a curare insieme durante le  pause lavorative.

In America, a causa della crisi, la gente ha cominciato a coltivarsi i pomodori sui tetti dei palazzi e la stessa Michelle Obama è stata coinvolta più volte nelle riunioni degli oltre 7mila “ortisti” delle città statunitensi. La consorte presidenziale si è creata il suo orticello alla Casa Bianca, sancendo la definitiva cancellazione dello status di contadino come condizione sociale di marginalità, ma ridando ai contadini la dignità di produttori di paesaggio, prodotti genuini e custodi della biodiversità.

Anzi, agli occhi di un’America in lotta con l’obesità, l’orto cittadino è stato elevato a status symbol di un’élite culturale che tiene alla salute e al suo corpo, sa cosa mangia ed è sensibile alle tematiche ambientali e sociali connesse all’agricoltura e al diritto al cibo di qualità.

In particolare a New York, dal 1978 esiste Green Thumb (Pollice Verde): un’associazione patrocinata dal Dipartimento dei Parchi che, forte di 600 membri e di un mercato di 20.000 persone, ha l’obiettivo di risanare zone degradate riconvertendole in orti urbani che andranno poi a fornire prodotti ortofrutticoli per mercatini biologici comunitari. Oltre a questo, l’esperienza di Green Thumb fornisce spazi sociali per gli anziani, organizza feste per le comunità di quartiere ed elabora progetti di studio a contatto con la natura per bambini e ragazzi.

In Europa, l’usanza degli orti ha attecchito soprattutto nei Paesi dell’Est, in Olanda e nella civilissima Svezia. In verità, gli orti sociali hanno un’origine antica: nascono già all’inizio del XIX secolo nel Regno Unito come elementi base per la sussistenza di indigenti e disoccupati. Successivamente, si sviluppano anche in Germania e Olanda. In Francia, la prima legge che prova a regolarizzarli e promuoverli risale addirittura al 1901. Da noi, approdano come “orti di guerra” durante i conflitti mondiali, momenti storici particolari in cui la legge permetteva ai cittadini di coltivare qualsiasi terreno incolto per aumentare la produzione alimentare.

Pare sia Roma, tuttavia, il regno degli orti urbani. Non a caso risulta il più grande comune agricolo d’Europa, con oltre 51mila ettari di superficie coltivata, pari al 40% del territorio. Gli orti spontanei sono una tradizione millenaria, ripresa durante la guerra, e che ora sta tornando alla ribalta perché, causa l’alto indice di disoccupazione, le persone hanno molto più tempo libero. Recentemente, sono stati inaugurati gli orti urbani nel popolarissimo quartiere della Garbatella, anche grazie all’impegno di Legambiente in coordinamento con altre realtà del territorio.

Un'opera rilevante perché realizzata su un suolo talmente degradato che pareva irrecuperabile e perché testimonia come la cura collettiva di un bene comune favorisca sentimenti e rapporti di solidarietà e amicizia: ben quindici orti e tante tante persone tutte diverse, chi con esperienza e chi senza, animate dal desiderio di provare a recuperare il rapporto con la terra e con i suoi prodotti.

Ora si possono già ammirare insalate, pomodori, zucchine, ravanelli, ceci, melanzane, erbe aromatiche, tutte rigorosamente biologiche e un composter con tre divisori per recuperare gli scarti vegetali e procurare alla terra un ottimo nutrimento. Poi ci sono gli alberi da frutto e, come riparo dallo smog, lungo la recinzione, corre una siepe di essenze varie. E ancora avanti, altri alberi ad alto fusto oggi ancora piccoli, ma che diventeranno grandi lecci, tigli, aceri, olmi.
Ancora a Roma, nel parco dell’Appia antica, è stato inaugurato l’Hortus Urbis, che intende riscoprire le coltivazioni in auge nell’antica Roma; curato da volontari,è studiato dalle università ed è rivolto anche alla didattica per le scuole.

Ma ormai in un po’ tutte le grandi città italiane, singoli cittadini, comitati di quartiere e associazioni cercano di strappare agli amministratori pubblici un’autorizzazione per rigenerare e curare aree altrimenti abbandonate. C’è anche chi non sta ad aspettare le autorità e comincia per conto suo, chi sollecita l’emissione di bandi per l’affidamento di quella miriade di terreni incolti con un risparmio per il Comune che non potrebbe comunque gestirli e, al contempo, la legittimazione ufficiale di un fenomeno in atto che aumenta benessere e sicurezza nelle città.

Bologna invece ha un diverso primato: è la città con più orti per anziani, ce ne sono ben 2.700, mentre a Milano sono 400 gli orti comunali affidati a pensionati; anche Genova, Torino e Firenze sono particolarmente attive in questo senso. Ognuno può notare facilmente che oramai gli orti si coltivano ovunque: oltre ai già citati gruppi di cittadini che si prendono carico di zone verdi abbandonate, i bidelli se li fanno nelle scuole, gli infermieri negli ospedali, qualcuno prova a sfruttare il verde dei giardini pubblici. In parte sono abusivi, come quelli realizzati lungo i fiumi o le sponde naturali delle reti ferroviarie. Generalmente sono curati anche in questo caso da pensionati che autoproducono un po’ di cibo senza anticrittogamici e passano la giornata in modo molto più sano e divertente che all’osteria o al bar.

Un valore aggiunto degli orti urbani è infatti anche quello di costituire un punto di incontro per la comunità, un impegno “fruttuoso” specialmente per gli anziani che, piuttosto di rinchiudersi in casa con la televisione, escono nei giardini e nei cortili, parlano fra loro, si confrontano sui prodotti che coltivano, a volte regalano al vicino il pomodoro più succoso del loro orto o mettono la frutta a disposizione dei ragazzi del quartiere per educarli a preferire prodotti naturali al posto delle merendine: non a caso l’inizio del declino delle attività rurali urbane coincide negli anni ’60 col boom della televisione.

La comunità che coltiva gli orti costituisce un tentativo di riequilibrare i ritmi frenetici imposti dalla società moderna per ripristinare i ritmi più lenti che favoriscono lo spirito di comunità. Questi appezzamenti risultano infatti un centro di aggregazione, una rete di divulgazione dei temi propri dell’agricoltura, ma anche dell’ecologia, della vita di quartiere e della memoria dei luoghi.

Tutti concordano sul modo stupefacente che gli ortisti hanno di trovare soluzioni pratiche e originali, riutilizzando in modo creativo materiali di scarto per fare ingressi (con le reti dei letti), cancellate, panche e serbatoi per l’acqua. Ma, soprattutto, in questi orti si riscontra una biodiversità rara e pregevole che mescola le principali varietà tipiche regionali.

Rispetto ai ritmi, tempi, modalità e metodi dell’agricoltura moderna e industriale, la sensibilità con cui il coltivatore dell’orto cittadino svolge il suo lavoro è ovviamente diversa: anzitutto è assente la ricerca del profitto (se mai un modesto risparmio individuale) e quindi anche la ricerca dell’ottimizzazione forzata della produzione. Concetti inconciliabili con un approccio ai cicli di produzione naturali. La cura dell’orto avviene dunque attraverso metodi tradizionali, frutto dell’antica sapienza contadina, rispondenti a un’esigenza di semplice sostentamento e autoproduzione, permeati da un profondo rispetto e senso di gratitudine nei confronti della terra.

Attenzione, però, a darne per scontata la sicurezza per la salute. Se, infatti, ci si può fidare di luoghi protetti e bonificati come quelli della Garbatella (cui abbiamo accennato sopra), non sempre si può dire altrettanto delle coltivazioni che s’insediano negli interstizi ancora liberi delle città. Se le intenzioni sono pure, la reale salubrità dei prodotti è tutta da verificare, soprattutto se si coltiva a ridosso di strade e marciapiedi: come le persone, infatti, anche i frutti respirano l’inquinamento circostante e magari si sviluppano su un terreno contaminato.

Anche l'acqua per l'irrigazione deve essere controllata dato che ci sono ex insediamenti industriale che hanno inquinato a volte irrimediabilmente i suoli.

In ogni caso,  detto questo e dunque con queste doverose cautele, si può comunque concludere che la coltivazione orticola in città, sia mossa sia da pulsioni microeconomiche, ricreative o di denuncia ambientale, sta assumendo le dimensioni di un fenomeno sociale potente e di notevole portata sia nei numeri (quantità) che nelle intenzioni (qualità).
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